A poche ore dalla conclusione, al netto di una miriade di considerazioni sociali e politiche che andrebbero affrontate sull’ultima edizione del Festival targato Carlo Conti, rivolgo la mia attenzione “semplicemente” all’esito della gara.
Nella settimana sanremese, considerato l’outsider per eccellenza, rispetto a nomi più in evidenza come il duo Masini-Fedez, Serena Brancale, Arisa, Sal Da Vinci ha fatto spesso alzare in piedi una parte del pubblico dell’Ariston, veementemente incitata da quella componente campana storicamente, in maniera massiccia, presente in teatro (già negli anni ’80 ricordo le ovazioni per tutti i concorrenti in gara di origine partenopea, anche per performance non certo passate alla storia).
Nelle classifiche parziali dei giorni scorsi, nelle varie votazioni effettuate con il cervellotico sistema misto (Giuria della sala stampa, TV e web e Giuria delle radio), i nomi in risalto sono stati sempre altri. Se a questo si somma che tra i votanti addetti ai lavori, il rappresentante della musica neomelodica non sia mai stato tra i più gettonati, ecco spiegata la sorpresa di molti non tanto nel vederlo ben piazzato, quanto, piuttosto, nel ritrovarlo addirittura sul gradino più alto del podio.
E allora, al di là del valore dell’artista e del brano, perché ha vinto Sal Da Vinci?
La domanda giusta da porsi è: quando?
La vittoria si è concretizzata al fotofinish, all’incirca in una mezz’oretta, tra l’una e mezza e le due di notte, quando la gente normale abitualmente dorme. Col favore delle tenebre, quindi, il buon Carlo Conti manda letteralmente “a nanna” e senza nemmeno tanti ringraziamenti giornalisti, radiofonici, addetti ai lavori e fa scatenare l’inferno, mi si perdoni il richiamo alla scena di un famoso film.
E’ il popolo del televoto last minute, un’eminenza grigia composta da insonni e persone “interessate” all’esito della gara, a decidere le sorti del Festival.
In quest’ultima espressione di voto, costoro, al costo di 51 centesimi, divideranno, con un’unica preferenza per dispositivo telefonico, la propria “simpatia” tra 5 cantanti, quelli che hanno avuto il merito (e questo va riconosciuto) di essere sopravvissuti al tritacarne del voto misto nelle fasi precedenti. Voto che, inevitabilmente, finisce per parcellizzarsi in quote non molto differenti, almeno per i primi tre classificati:
1 – Sal Da Vinci (22,2%); 2 – Sayf (21,9%); 3 – Ditonellapiaga (20,6 %); 4 – Arisa (18,9 %); 5 – Fedez & Marco Masini (16,4%).
Sembra di parlare di elezioni ma i fatti ci dicono che, con una maggioranza relativa che è, quindi, una minoranza in voti assoluti (com’è abitudine ormai consolidata in altri ambiti in Italia), viene decretata la canzone vincitrice, anche se tutti, per semplificare, citiamo solo l’interprete.
Comunque la pensiate sul valore del buon Salvatore Michael Sorrentino, cantautore e attore italiano con cittadinanza statunitense, non è certo questo il modo di scegliere il vincitore di una rassegna canora importante quale è il Festival dei Festival!
Poco importa che i premi degli esperti siano andati a Fedez-Masini, Ditonellapiaga, Fulminacci (spero di non aver dimenticato nessuno ma, appunto, presto quasi nessuno li ricorderà) o che il premio dello sponsor sia finito nelle mani di Serena Brancale, apparsa peraltro visibilmente scossa come Arisa.
Questo verrà ricordato come il Sanremo delle sale da ricevimento o, se preferite, dell’altare: “Lascio la mia musica a tutti i matrimoni d’Italia” aveva dichiarato in sala stampa poche ore prima il futuro vincitore.
La favola di chi riesce a trionfare dopo tanti anni di gavetta indora un po’ la pillola amara che ha dovuto mandare giù chi ama la musica pop.
La vittoria al televoto notturno di “Per me sempre sì” sancisce (in)degnamente la conclusione di un’edizione del Festival di Sanremo non certo tra le più memorabili.
E lo fa nell’unico assurdo modo in cui uno spettacolo così concepito dalla nuova Rai e da Carlo Conti, primo responsabile, poteva fare.
Con Stefano De Martino, un passato da modesto ballerino e un presente da pacchista, le cose non potranno andare meglio.
Dopo i tanti no di questa edizione, si accettano scommesse su quanti artisti di valore decideranno di salire su una giostra così sgangherata e pericolosa il prossimo anno.
Così è (se vi pare).
Giovanni Pirrotta









